La barriera corallina caraibica perde quasi metà della sua estensione in meno di 50 anni

Un fatto evidente nei Caraibi, senza neanche bisogno di strumenti avanzati: la barriera corallina ha quasi dimezzato la sua estensione in meno di cinquant’anni. Al suo posto, una massiccia crescita di macroalghe, un cambiamento che ha stravolto gli ecosistemi marini locali. Il risultato? Un impatto pesante sulla biodiversità, sulle economie costiere e sulle comunità che lì vivono. Il colpevole? Un mix di cambiamenti climatici sempre più pressanti, pesca eccessiva e inquinamento, tutti elementi che hanno compromesso la capacità di questi coralli di rigenerarsi come dovrebbero.

I numeri parlano chiaro: dal 1980 a oggi la copertura di coralli duri è calata di quasi il 50%, mentre, analogamente, la presenza di macroalghe nelle stesse aree è cresciuta dell’85%. Un dettaglio che spesso passa inosservato ma che – diciamolo – segna un rapido ribaltamento degli equilibri marini. La barriera interessa un’area di circa 24.000 chilometri quadrati: quasi il 10% di tutte quelle esistenti nel mondo, un dato che rende il fenomeno senza dubbio rappresentativo a livello globale. E poi ci sono gli episodi di sbiancamento, causati da temperature marine in salita: in particolare, i picchi registrati nel ’98, 2005 e addirittura nel 2023 hanno messo a dura prova i coralli stessi. Forse in città non ci pensiamo molto, ma questa trasformazione sottomarina compromette la capacità degli ecosistemi di proteggere le coste e di sostenere la pesca locale.

Le conseguenze della perdita della barriera corallina

Un altro aspetto che merita attenzione riguarda la composizione delle colonie coralline: dalla prevalenza di specie ramificate – quelle che garantiscono strutture complesse e sostengono più biodiversità – si è passato a una predominanza di specie a crescita massiccia, più semplici e meno ricche dal punto di vista biologico. Meno nicchie ecologiche disponibili, insomma. In più, il boom incontrollato delle macroalghe ha preso forza a causa del calo delle popolazioni di erbivori marini, come i pesci pappagallo e i ricci di mare, che normalmente tengono a bada le alghe – un dettaglio non da poco.

La barriera corallina caraibica perde quasi metà della sua estensione in meno di 50 anni
Due vivaci pesci farfalla gialli nuotano tra i coralli dei Caraibi, evocando la bellezza perduta delle barriere coralline. – casavacanzedifranco.it

Rilevante è stato anche l’aumento della temperatura media della superficie marina: oltre un grado in più dalla metà degli anni Ottanta a oggi, salendo a un ritmo superiore a +0,2 °C ogni dieci anni. Questo stress termico non si limita a indebolire i coralli, ma favorisce pure la diffusione di malattie legate al clima, riducendo la loro capacità di riprendersi. Per chi vive lontano dal mare può sembrare lontano da sé, ma qui il problema è reale e impatta direttamente le comunità delle isole. La pressione umana intanto non si è fermata: le persone che abitano entro 20 chilometri dalle barriere sono aumentate del 27% – circa 13 milioni in più. Chiaro il risultato: più domanda di risorse e maggiore pressione su ambienti già fragili.

L’aspetto economico? La barriera corallina caraibica vale ancora molto: si stima un introito annuo superiore ai 6 miliardi di dollari, in gran parte legato al turismo e alla pesca. Il turismo marino vale quasi un quarto delle spese turistiche dell’intera regione e dà un bel contributo al PIL locale. Insomma, il degrado delle barriere non è solo problema ambientale, ma una minaccia concreta per la sicurezza economica di milioni di persone che vivono lungo le coste. Abbiamo anche un peggioramento della loro funzione protettiva contro tempeste e uragani, un fatto che – come si vede – non è più solo teoria, ma una realtà vissuta da alcune comunità.

Come gestire la crisi per limitare i danni

Non tutto è perduto, anzi. Alcune zone dove la pressione umana è stata contenuta – ad esempio nelle aree marine protette – mostrano segnali di recupero. Qui, la copertura di corallo vivo cresce, aumenta la biodiversità e la barriera sembra più resistente agli stress termici. Segno che gli interventi mirati funzionano, anche se il cambio climatico resta un enorme ostacolo.

Le strategie suggerite a chi governa e a chi si occupa di tutela puntano a inserire le barriere coralline nelle politiche di adattamento climatico e salvaguardia della biodiversità. Fra le misure principali spiccano: ridurre le emissioni di gas serra, migliorare la qualità delle acque, regolamentare lo sviluppo costiero con più attenzione e gestire la pesca in modo sostenibile. Rafforzare e ampliare le aree marine protette, con monitoraggi trasparenti e costanti, aiuta davvero a sostenere il recupero.

Un capitolo ancora poco esplorato riguarda il ripristino delle barriere coralline. Progetti che usano specie di corallo più resistenti al calore, affiancati da nuovi modelli di finanziamento, sembrano una strada promettente. Certo, è una sfida lunga e complessa, ma sembra la via più concreta per fermare l’erosione degli habitat corallini. Se si agisce ora – con politiche che guardano al clima e alla natura – si può ancora cambiare il destino della crisi caraibica. Un dato spesso ignorato nelle discussioni pubbliche, ma che peserà parecchio, nelle prossime decadi, per i Caraibi e molte altre zone costiere del mondo.

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